Il residence
Avevo
appena traslocato in uno dei miei vari appartamenti studenteschi a Milano.
La
prima mattina, alle 7:30, uscita dal portone e arrivata alla fermata del tram
che avrebbe dovuto portarmi in centro all’università, mi accorsi di una cosa
molto particolare… lì con me, ad aspettare, c’erano altre 4-5 ragazze con una
caratteristica ben precisa: erano tutte stragnocche!
La mia autostima ringraziò
e mi misi a osservarle.
Tutte alte (ok che in confronto a me, gran parte della
popolazione media è alta…) magre (pure troppo!) capelli liscissimi con riga in
mezzo (il mio sogno!) e visini cerbiattini con sguardo dolce freddo e dal
nasino perfetto (altro mio sogno!)
Bene,
arrivò il tram e la Carovana della Beltà (+io) salì.
Giorno
seguente. Avevo lezione alla terza ora quindi erano circa le 10 del mattino.
Visto che avevo avuto un po’ più di tempo mi ero truccata un filino e messa giù
più carina del giorno prima. Mi guardai nella vetrina accanto alla fermata e
fui soddisfatta del risultato generale.
Per ben 2 secondi.
Poi,
altra vagonata di 6 dee eteree in infradito, con microvestitini informi e
slabbrati che se li mettessi io sembrerei un’accattona, ma su di loro fanno
sempre cool! Niente trucco e capelli tenuti su a cavolo con una matita infilata
sulla nuca (non ci sono mai riuscita!).
La
mia autostima si buttò sotto al tram che arrivò poco dopo.
Il
terzo giorno, circondata dalle veneri, mi venne un qualche sospetto (che
acume!) e chiesi in inglese a una di loro se ci fosse qualche sfilata
importante a Milano, dato che ogni mattina vedevo ragazze che probabilmente
dovevano essere modelle. E, senza nemmeno guardarmi in faccia (forse non mi
vedeva da lassù?) mi rispose come se fosse uno sputazzo:
nou-teris-a-fescionauspartnerresidens-acrosdestrit.
Ok,
avevo capito. Nell’edificio di fronte al mio nuovo appartamento c’era un
residence convenzionato con una casa di moda. Dove ci stavano le modelle. Che
c**o eh?!
Considerando
che due fermate prima era il capolinea del tram che prendevamo tutte insieme
appassionatamente, il mezzo era quasi vuoto quindi avevo tutto il tempo, nel
tragitto da lì al Duomo, di godermi le facce degli uomini che salivano.
Partivano da quelli più discreti ed educati che lanciavano solo qualche rapida
occhiata a quelli più espansivi e comunicativi. Fissavano le ragazze con
sguardi allupati facendo gesti con la testa come dire: bella, se ci stai ci
sto!
Poi,
gli sguardi frugatori arrivavano anche da me e rimanevano lievemente interdetti
come dire: e questa che ci fa su questo tram chiamato desiderio?!
Non
c’erano ancora gli smartphone dietro cui nascondere gli occhi ed ero abbastanza fumantina all'epoca, quindi rispondevo
agli sguardi come a dire: ma tu ti sei visto, brutta scimmia?!
La
tensione dei vorrei ma non posso. Di entrambi.
Ogni
mattina.
Una
sera uscii con un mio caro amico che mi chiese un po’ della nuova casa.
Gli
raccontai varie cose, e, da ultimo:
-E
lo sai che proprio lì davanti c’è un residence pieno di modelle ficherrime!
Mi
aspettavo sparasse cose tipo: oddio ti verrò a prendere tutte le mattine chissà
che ne salti su qualcuna di loro, oppure, vengo a dormire da te e mi porto un
binocolo.
Invece
mi guardò negli occhi (aveva un bello sguardo ed era un discreto figo!) e disse
semplicemente:
-Ah
sì? E perché tu allora sei andata a vivere nella casa di fronte? Sinceramente
non lo capisco!
Mi
strappò un sorriso e un sospiro da zitella inglese dell’800.
Come sapeva
dirle lui, le palle, nessuno mai.
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